1. Luis Camnitzer
2. Néstor Perlongher
3. León Ferrari
4. Aldo Sessa
5. Eduardo Gil
6. Gianni Mestichelli
7. Marcelo Brodsky
8. Luis Pazos
9. Marta Minujín
10. Eduardo Basualdo
11. Guillermo Kuitca
12. La Organización Negra
13. Ana Gallardo
14. Nicanor Aráoz
15. Sergio De Loof
16/19. Archivo de la Memoria Trans
17. Liliana Maresca & Marcos López
18. Flavia Da Rin
20. I libri del Museo Moderno
1. Luis Camnitzer
Lubecca (Germania), 1937 – Uruguayano, vive a New York (Stati Uniti)
Ejecución [Esecuzione], 1970/2026
Specchio, resina epossidica e incisione
Per gentile concessione dell’artista
L’artista, scrittore, educatore e attivista Luis Camnitzer ha dedicato la sua vita a sostenere l’importanza dell’arte come strumento per analizzare criticamente la realtà e ottenere un cambiamento concreto. Figura di spicco dell’arte concettuale latinoamericana, Camnitzer si definisce un anarchico etico preoccupato “per l’equa distribuzione del potere e per il ruolo che l’istruzione potrebbe svolgere per raggiungerla”, secondo le sue stesse parole. Dopo aver contribuito alla riforma della Escuela Nacional de Bellas Artes di Montevideo nel 1960, ha seguito da vicino il periodo di agitazione politica che il Cono Sud ha vissuto nel decennio successivo e, poiché concepisce l’arte come politica, ha denunciato gli eccessi di violenza commessi dalle dittature militari della regione. Ejecución, la cui prima versione è stata creata nel 1970, è il risultato di una strategia concettuale che ha concepito precocemente per affrontare la violenza politica. Qui, uno specchio appare frantumato da un proiettile, in modo che lo spettatore veda la propria immagine frammentata o crivellata. Siamo noi l’assassino? Siamo noi la vittima? A differenza della sua opera precedente This Is a Mirror. You Are a Written Sentence [Questo è uno specchio. Tu sei una frase scritta] (1966–68), in cui lo specchio invitava a una riflessione linguistica sull’identità, qui la riflessione concettuale si trasforma in un incontro diretto con la violenza.
2. Néstor Perlongher
Avellaneda (Argentina), 1949 – San Paolo (Brasile), 1992
Cadáveres [Cadaveri], 1981
Poesia pubblicata per la prima volta su Revista (de poesía) n. 1, aprile 1984
Pubblicato in formato audio dal marchio Circe – Último Reino, lato A, 1989
18 min, 30 s
Per gentile concessione di Roberto Echavarren
Poeta di spicco del movimento neobarocco latinoamericano, Néstor Perlongher è stato anche una figura pionieristica nel collegamento tra militanza di sinistra e attivismo di genere. All’inizio degli anni ’70, ha avuto un ruolo decisivo nel Frente de Liberación Homosexual [Fronte di Liberazione Omosessuale dell’Argentina], le cui attività sono state costrette alla clandestinità con l’avvento della dittatura, contesto in cui Perlongher si è esiliato in Brasile.
Composto nel 1981, ancora durante la dittatura militare, e pubblicato nel 1984, a pochi mesi dal ritorno alla democrazia, Cadáveres [Cadaveri] è diventato un poema visionario. Ha anticipato nuove forme di rappresentazione dell’orrore e dei suoi effetti sulla cultura, affermandosi come un testo emblematico, con risorse che si sarebbero rivelate decisive per l’arte impegnata a denunciare le atrocità della dittatura. Con il verso “ci sono cadaveri”, ripetuto alla fine di ogni strofa, Perlongher smantella l’aberrante figura del desaparecido creata dalla dittatura per negare la propria responsabilità sulla violenza, e restituisce la materialità alle vittime della sparizione forzata. Con la proliferazione di luoghi in cui affiorano “cadaveri”, inoltre, la poesia avverte che l’orrore si era infiltrato nei luoghi più reconditi della vita quotidiana.
3. León Ferrari
Buenos Aires, 1920 – 2013
Opere Sin título [Senza titolo] della serie “Nosotros no sabíamos” [“Noi non sapevamo”], 1976
Raccolta di articoli di stampa sulla repressione militare in Argentina nel 1976
Stampa digitale su carta
Copie da esposizione
Accordo tra la Fundación Augusto y León Ferrari Arte y Patrimonio (FALFAA) e il Centro de Estudios Legales y Sociales (CELS)
León Ferrari è stato insignito del Leone d’Oro alla carriera alla 52ª Biennale di Venezia, nel 2007. Ha dedicato la sua vita a denunciare gli orrori dell’autoritarismo e i crimini contro l’umanità scatenati dalla guerra del Vietnam e dall’ultima dittatura militare in Argentina (1976-1983). Artista prolifico e attivista instancabile, nella sua serie “Nosotros no sabíamos” [“Noi non sapevamo”] — composta da 83 collage di articoli di stampa del 1976 —, Ferrari ha denunciato i crimini commessi contro migliaia di cittadini durante quell’anno in Argentina, smontando così l’argomento sociale secondo cui la popolazione civile ignorava i fatti, dimostrando che la violenza di Stato era presente nei mezzi di comunicazione e, quindi, era visibile, leggibile e sistematicamente negata. Come spiegò Ferrari nel 1992, si trattava delle “notizie che riuscirono a superare il vaglio della censura, o che furono lasciate passare come messaggere del terrore”. La serie trasforma lo spettatore in un testimone tardivo, costretto a confrontarsi con la propria posizione etica. Attraverso l’accumulo e la ripetizione, si mette in luce come il linguaggio giornalistico abbia contribuito a normalizzare il terrore.
Come tragica coda di questa serie, Ariel Adrián Ferrari, figlio dell’artista, è stato rapito ed è scomparso per mano dei militari il 25 febbraio 1977. La serie si è interrotta quando León ha intrapreso una ricerca che avrebbe portato avanti per il resto della sua vita per scoprire cosa fosse successo a suo figlio.
4. Aldo Sessa
Buenos Aires (Argentina), 1939 – dove vive
Opere Sin título [Senza titolo], della serie “Manifestación de Madres de Plaza de Mayo” [“Manifestazione delle Madres de Plaza de Mayo”], Buenos Aires, 1983
Stampe digitali su carta fine art
Copie da esposizione
Per gentile concessione dell’artista
Il motore principale della pratica fotografica di Aldo Sessa è stata la sua profonda ossessione nel documentare la vita urbana e catturare il battito di Buenos Aires nel corso dei decenni, il che ha portato alla creazione di un archivio monumentale di oltre 5.000.000 di immagini fotografiche. Questo fascino lo ha portato a essere testimone di momenti cruciali nel recupero dello spazio pubblico come luogo della democrazia, come nel caso di El Siluetazo [La protesta delle sagome], fotografata anche da Eduardo Gil. Sessa ha immortalato le prime manifestazioni contro la dittatura militare, documentando il coraggio delle organizzazioni per i diritti umani fondate nel 1977 — Madres de Plaza de Mayo e Abuelas de Plaza de Mayo — che reclamavano il ritorno dei propri figli e nipoti scomparsi ed esigevano che il governo militare localizzasse e restituisse l’identità dei bambini sottratti illegalmente, molti dei quali nati in centri di detenzione clandestini.
5. Eduardo Gil
Buenos Aires (Argentina), 1948 – dove vive
Bettina Tarnopolsky, 1983
Siluetas y canas [Sagome e capelli grigi], 1983
Silueteando IV [Protestando con le sagome IV], 1983
Silueteando I [Protestando con le sagome I], 1983
Della serie “El Siluetazo. Buenos Aires, 21-22 septiembre 1983” [“La protesta delle sagome. Buenos Aires, 21-22 settembre 1983”], 1983
Stampe digitali su carta fine art
Copie da esposizione
Per gentile concessione dell’artista
Eduardo Gil ha realizzato alcune delle immagini più emblematiche dell’azione grafica nota come El Siluetazo [La protesta delle sagome], che si è svolta il 21 e 22 settembre 1983 come supporto visivo alla Terza Marcia della Resistenza organizzata dalle Madres de Plaza de Mayo durante gli ultimi mesi della dittatura militare in Argentina. El Siluetazo è stata un’azione collettiva organizzata dagli artisti e attivisti per i diritti umani Rodolfo Arregueberry, Julio Flores e Guillermo Kexel, in cui i partecipanti hanno disegnato su carta le sagome dei propri corpi a grandezza naturale e le hanno incollate in Plaza de Mayo e nei dintorni per rappresentare le persone scomparse a causa del regime. Gil ha fotografato l’azione mentre si svolgeva, non solo le sagome finite, ma, cosa ancora più importante, il processo collettivo della loro creazione: i corpi distesi a terra, le mani che disegnavano i contorni, i fogli di carta che circolavano e la graduale occupazione di questa storica piazza di Buenos Aires. In quanto intervento pubblico, El Siluetazo ha permesso di rendere visibile l’assenza. León Ferrari lo descriverà in seguito come “un capolavoro sia in termini politici che estetici”.
6. Gianni Mestichelli
Ascoli Piceno (Italia), 1945 – vive a Buenos Aires (Argentina)
Dall’alto verso il basso:
M1G27, 1982
M1E22, 1982
M1F30, 1982
Stampe digitali su carta fine art
Copie da esposizione
Per gentile concessione dell’artista
Nel pieno della dittatura, nel 1980, il fotografo Gianni Mestichelli è entrato a far parte della Compañía Argentina de Mimo, diretta dal regista teatrale e pioniere Ángel Elizondo. In un’epoca in cui i teatri tradizionali erano sottoposti a una stretta sorveglianza, la scuola e la compagnia di Elizondo sono divenute un rifugio vitale per la sperimentazione corporea. In qualità di “testimone partecipante”, Mestichelli ha fotografato le prove e le rappresentazioni di Elizondo, alle quali spesso partecipavano figure chiave della fiorente scena underground. Le immagini qui presentate mostrano posture tese e un umorismo sinistro, suggerendo fino a che punto la violenza della dittatura rimanesse impressa nei corpi degli interpreti. Situato in spazi dedicati al gioco e alla creatività, il teatro underground degli anni ’80 funzionava come un laboratorio clandestino di democrazia, che utilizzava la presenza fisica dell’attore per sfidare i tentativi del regime di mettere a tacere la sfera pubblica. Ma nel 1986, una mostra di queste fotografie fu censurata dal governo democratico perché ritenuta oscena, a dimostrazione di come la sorveglianza morale continuasse a operare ben oltre la fine formale della dittatura nel 1983.
7. Marcelo Brodsky
Buenos Aires (Argentina), 1954 – dove vive
Autorretrato fusilado [Autoritratto fucilato], Plaça de Sant Felip Neri, Barcellona, 1979
Stampa fotografica tradizionale con sali d’argento su carta fotografica
Los Campos IV [I Campi IV], Sara, dalla serie “Los Campos” [“I Campi”], 2014
Fotografia d’archivio su carta di cotone con interventi a pastello, inchiostro e acquerello
Per gentile concessione dell’artista e della Galleria Rolf Art
Marcelo Brodsky ha subito in prima persona la violenza del regime: suo fratello Fernando e alcuni amici d’infanzia sono stati vittime di sparizioni forzate e lui stesso è stato costretto all’esilio durante l’ultima dittatura militare in Argentina (1976-1983). Queste esperienze traumatiche persistono e da allora hanno dato forma a un’opera fotografica concettuale impegnata nei movimenti per i diritti umani sorti per denunciare e contrastare la violenza di Stato. La fotografia Autorretrato ejecutado [Autoritratto giustiziato] (1979) è stata scattata a Barcellona, città in cui l’artista si era rifugiato dopo che i militari avevano tentato di rapirlo a Buenos Aires. In Los Campos IV documenta una manifestazione delle Madres de Plaza de Mayo, l’organizzazione per i diritti umani fondata nel 1977 da un gruppo di madri i cui figli erano scomparsi durante la dittatura e che si riunivano regolarmente per manifestare e chiedere il loro ritorno o informazioni sulla loro sorte. In questa immagine appare la madre dell’artista stessa alla ricerca di informazioni su Fernando, mentre tiene in mano uno striscione che traccia un collegamento tra i campi di concentramento di Varsavia e la Escuela de Mecánica de la Armada, la scuola di formazione navale di Buenos Aires che durante la dittatura ha funzionato come il più grande campo clandestino di detenzione, tortura e sterminio dell’Argentina.
8. Luis Pazos
La Plata (Argentina), 1940 – 2023
Durmientes [Dormienti], 1973
Punta de lanza [Punta di lancia], 1973
Hombres enlatados II [Uomini in scatola II], 1973
Arco y flecha [Arco e freccia], 1973
Acumulación [Accumulo], 1973
Della serie “Transformaciones de masas en vivo” [“Trasformazioni di massa in diretta”]
Stampa digitale su carta fine art
Copie da esposizione
Collezione del Museo de Arte Moderno de Buenos Aires
Nella sua opera Transformaciones de masas en vivo [Trasformazioni di massa in diretta], realizzata con studenti delle scuole superiori di La Plata, l’artista concettuale, poeta visivo e giornalista Luis Pazos ha anticipato la violenza di massa che non avrebbe tardato a scatenarsi. Figura centrale della scena concettuale sperimentale della città — dove pratiche come la poesia visiva e sperimentale, l’arte postale e gli happening hanno cancellato i confini tra letteratura, performance e arti visive —, Pazos ha sviluppato la sua opera attraverso il suo rapporto formativo con l’artista e teorico Edgardo Antonio Vigo (La Plata, Argentina, 1928-1997), figura chiave delle reti internazionali d’avanguardia, che teneva lezioni di disegno agli studenti della scuola. Attraverso queste azioni collettive che l’artista definiva “sculture viventi” — e che Carlos Mendiburu Eliçabe fotografava su sua richiesta —, Pazos ha esplorato il corpo come elemento scultoreo e visivo, come mezzo di espressione politica e come agente di trasformazione collettiva. Questa serie documenta azioni effimere in cui il gruppo si riuniva per formare configurazioni visive o simboli politici nello spazio pubblico del cortile della scuola e in spazi urbani disabitati. In questo modo, esplorava possibili coreografie drammatiche e geometrie mutevoli del corpo sociale. In alcune immagini, i corpi appaiono distesi a terra, creando pose che, a posteriori, assumono un significato inquietante, poiché molti dei partecipanti sarebbero stati tra i numerosi studenti scomparsi per mano della giunta militare salita al potere poco dopo, nel 1976.
9. Marta Minujín
Buenos Aires (Argentina), 1943 – dove vive
1. Mitos populares desmitificándose [Miti popolari che si demitizzano], 1983
Stampa a inchiostro su carta da lucido
2-3. La estatua de la libertad acostada [Statua della libertà sdraiata], 1979
Stampa con sali di diazonio e reagente ammoniacale su carta di cellulosa sensibile
4-8. Obelisco acostado [Obelisco disteso], 1978
Stampa a inchiostro su carta da lucido
9. El Partenón de libros [Il Partenone dei libri], 1983
Grafite su carta di cellulosa
10-13. El Partenón de libros [Il Partenone dei libri], 1983
Stampe digitali su carta fine art
Tutte le opere sono copie da esposizione, tranne la n. 9.
14. El Partenón de libros [Il Partenone dei libri], 1983
Video
15 min, 48 s
Archivio Marta Minujín. Per gentile concessione della galleria Kurimanzutto
Alla fine degli anni ’ 70, la grande artista argentina Marta Minujín ha ideato una serie di ambiziosi progetti su larga scala che prevedevano una massiccia partecipazione del pubblico, intitolati La caída de los mitos [La caduta dei miti]. Obelisco acostado [Obelisco disteso] fu presentato per la prima volta alla Prima Biennale Latinoamericana di San Paolo, Brasile, nel 1978, quando la dittatura militare in Argentina era al suo apice. Con ironia, sottigliezza e umorismo, Minujín ha abbattuto questa icona urbana di Buenos Aires, che si presentava vuota e aperta affinché la gente potesse attraversarla: un cambiamento utopico e orizzontale nell’ordine simbolico. La mostra presenta anche El Partenón de libros [Il Partenone dei libri], realizzato per la prima volta il 10 dicembre 1983, data in cui l’Argentina ha celebrato il ripristino della democrazia. In quest’opera, Minujín ricostruì il tempio greco con migliaia di libri che erano stati proibiti durante la dittatura. Al termine del progetto, ha inclinato la struttura e ha incoraggito la distribuzione pubblica dei libri. Infine, anche la Estatua de la Libertad acostada [Statua della libertà sdraiata] è stata concepita negli anni ’ 70, ma fino ad ora non è stata realizzata. Oltre a mettere in discussione la sacralizzazione del monumento e il mito della libertà statunitense, il progetto acquista un significato profetico alla luce dei recenti attacchi contro i simboli, i principi e le istituzioni della democrazia in diverse parti del mondo.
10. Eduardo Basualdo
Buenos Aires (Argentina), 1977 – dove vive
Brumaria, 2026
Foglio di alluminio nero (Black foil)
Per gentile concessione dell’artista e della Ruth Benzacar Galería de Arte
Eduardo Basualdo è nato nell’inverno del 1977, nel periodo più acuto della brutale repressione della dittatura militare. Questo clima di minaccia, a volte palese, a volte insidiosa, intrecciato con le paure primordiali dell’infanzia, potrebbe aver lasciato un’impronta nella sua opera, popolata da presenze occulte e forze incontrollabili. In quest’opera, Basualdo utilizza un foglio di alluminio nero per scolpire un gruppo di figure viventi in fuga. Dando forma a questo foglio, premendolo e modellandolo sui corpi, il materiale registra i loro movimenti e gesti prima che si allontanino e lascino dietro di sé il guscio vuoto. La scultura ― leggera quanto resistente, fragile ma capace di conservare la forma ― si erge come un confine teso tra presenza e assenza, rappresentazione e perdita. Le figure rimangono sospese in uno stato di equilibrio instabile, con le loro forme a metà strada tra la formazione e il collasso. Segnano la nascita di una comunità o sono vestigia della sua scomparsa? Sono le rovine di una tragedia recente o i primi indizi di una rinascita incipiente?
11. Guillermo Kuitca
Buenos Aires (Argentina), 1961 – dove vive
1–9, 11–13. Dodici opere Sin título [Senza titolo], 2020 – 2023
Inchiostro grafico su carta
10, 14. Due opere Sin título [Senza titolo], 2023
Olio su cartone telato
Per gentile concessione dell’artista
Queste opere di Guillermo Kuitca ampliano la nostra capacità di empatia nei confronti del dolore e della sofferenza umani. Alcuni disegni recano le tracce delle energie umane brucianti del passato. Altri risvegliano la sensibilità nei confronti di figure che dormono in solitudine. Altri ancora trasportano lo spettatore in un vagabondaggio attraverso boschi freddi e umidi, dove sedie appena abbandonate sono allineate in file. Un ultimo disegno, con sedie vuote e oggetti che pendono in modo irregolare dal soffitto, evoca un tragico finale. Ciascuna di queste scene non si limita a rappresentare il dolore dell’umanità; ogni immagine soffre dell’agonia delle soggettività individuali e sociali del passato e del presente. Questi disegni affrontano una domanda freudiana: in cosa consiste il lavoro del lutto? Perché sono disegni performativi capaci di provocare nello spettatore un turbamento psicologico di intensità sismica. In piedi davanti a essi, diventiamo attori — o testimoni — di un dramma che prende vita dall’esperienza reale. Ma Kuitca va ancora oltre, mostrando una capacità unica di coniugare l’esperienza soggettiva, il pensiero spaziale e la riflessione politica, con il trauma come nucleo strutturale. Già nel 1980, a soli 19 anni, Kuitca ha creato il visionario dipinto noto come Del 1 al 30.000 [Dall’1 al 30.000]. Ciascuno di questi numeri è stato disegnato, uno dopo l’altro, sulla tela, in una chiara evocazione del numero simbolico che diverse organizzazioni per i diritti umani avevano iniziato a diffondere come il totale dei desaparecidos in Argentina sotto la dittatura militare.
12. La Organización Negra
Buenos Aires (Argentina), 1984 – 1993
UORC, La película [Il film], 1987 – 1992
Documentario di Ezequiel Abalos
Sceneggiatura: Pichón Baldinu, Pablo Barral, Fernando Dopazo, Manuel Hermelo e Gustavo Nino
Colonna sonora: Gabriel Kerpel
33 min, 1 s
Per gentile concessione di Ezequiel Abalos
Il collettivo La Organización Negra (1984-1993) è stato fondato da Pichón Baldinu e Manuel Hermelo subito dopo il ritorno dell’Argentina alla democrazia. Fin dai suoi esordi, questo gruppo di teatro sperimentale ha dimostrato che la violenza psicologica e fisica della dittatura era rimasta profondamente impressa nei corpi individuali e nella memoria sociale collettiva dell’Argentina. Le sue prime opere, che includevano interventi pubblici, o “esercizi di guerriglia” — come El fusilamiento [La fucilazione] —, avevano lo scopo di turbare la vita quotidiana dei passanti attraverso tattiche radicali di shock. Questa strategia raggiunse il suo apice nel 1986 con UORC. Rappresentandosi al di fuori dei confini dei teatri convenzionali, UORC sottoponeva gli spettatori a situazioni di vicinanza fisica e intensa incertezza. Imitando l’estetica della repressione statale, la performance evocava un clima di terrore che metteva in evidenza la persistenza di un passato traumatico, portando al contempo l’energia ribelle del punk rock nell’ambito dell’arte performativa. La sperimentazione radicale di UORC, che metteva in discussione i confini tra attore e pubblico, ha spianato la strada alla nascita di nuovi linguaggi fisici nel teatro argentino. Dopo lo scioglimento del gruppo all’inizio degli anni ’90, la sua eredità è proseguita attraverso la creazione di compagnie di fama mondiale come De la Guarda (1992) e, più tardi, Fuerza Bruta (2003).
13. Ana Gallardo
Rosario (Argentina), 1958 – vive a Città del Messico (Messico)
Cuerpo manglar, cuerpo montaña, cuerpo territorio, cuerpo tatuado [Corpo mangrovia, corpo montagna, corpo territorio, corpo tatuato], 2026
Carboncino su carta
Per gentile concessione dell’artista e della Ruth Benzacar Galería de Arte
La pratica artistica di Ana Gallardo costituisce l’opera di una vita dedicata a dare visibilità alla violenza di genere così come colpisce le ragazze e le donne di tutta l’America Latina contemporanea. Gallardo concepisce l’arte come politica e attivismo, come strumento per “parlare di ciò di cui nessuno vuole parlare”. Figlia di un’artista scomparsa quando aveva appena sette anni, Gallardo si è dedicata a un lavoro sulla memoria attraverso le tracce e gli oggetti sopravvissuti a sua madre. Più e più volte, i suoi disegni monumentali denunciano la violenza e danno visibilità a bambine e giovani donne salvate dalle reti di tratta di esseri umani che operano in Argentina, Messico e Guatemala, donne che hanno perso la loro dignità e, vergognandosi, si coprono il volto. Vive o morte, vittime di quella che l’artista definisce un “macchinario di femminicidi”, queste donne sono radicate in una storia locale; le loro vite sono legate ai territori a cui appartengono. La maggior parte di questi disegni è realizzata a carboncino, un materiale che rivendica il radicamento alla terra, lo stesso paesaggio in cui tornano molti dei corpi assassinati. Così, nei disegni creati per questa mostra, le donne di Gallardo si fondono con il paesaggio, le loro braccia diventano mangrovie, la loro comunità la sagoma di una montagna. Nelle parole dell’artista, “[mentre] le disegno, il carboncino mi detta ciò che non posso dimenticare, mi detta come costruire il paesaggio”. Questi disegni evocano anche i tempi violenti della dittatura in Argentina (1976-1983), quando le donne venivano violentate, rapite e torturate, e trattate come schiave sessuali nei campi di detenzione clandestini.
14. Nicanor Aráoz
Buenos Aires (Argentina), 1981 – dove vive
Glótica 3 (Argentina Brava Mix), 2026
Legno, poliuretano, neon, acrilico, carta e metallo
Per gentile concessione dell’artista e della galleria BARRO
Nell’opera scultorea abbagliante e liminale di Nicanor Aráoz confluiscono due impulsi contrastanti. Da un lato, la fervida convinzione nel potere dell’arte di materializzare visioni e desideri allucinatori, sia per sé stesso che per l’umanità. Dall’altro, una concezione dell’arte come esorcismo, come veicolo che permette al trauma esistenziale di trovare un luogo dove forse possa avvenire la guarigione. Per questa mostra, Aráoz ha scelto di creare Glótica 3 (Argentina Brava Mix), una nuova opera che ricorda la Via Crucis e in cui per la prima volta si mostra l’artista stesso. A differenza delle precedenti versioni di Glótica del 2015, qui le figure sono complete, appaiono meno smembrate, meno lacerate. Sono in grado di farsi sentire. Ogni figura si erge di fronte a un pannello fluorescente, dove si visualizzano architetture a pezzi, gli Stati divisi del mondo. Aráoz mette in scena ciò che il critico Alejo Ponce de León ha descritto come “un’intensa esibizione della realtà”, permettendosi di elaborare e affrontare il brutale femminicidio di sua madre, così come i tratti repressivi e la violenza esercitata da suo padre, un veterano della Guerra delle Malvine sopravvissuto all’affondamento della nave da guerra ARA General Belgrano. Nonostante le tragedie che comporta, Glótica 3 è una celebrazione dell’arte, della sua capacità di elaborare la tensione, di gridare e denunciare, di esplorare la materia e il desiderio, di indagare la vita e la morte, l’erotismo e il crimine, la follia e la ragione, e di farlo senza allontanarsi dalle passioni dell’artista: gli spettacoli della moda, il cyberpunk, l’estetica camp e i ritmi della musica elettronica.
15. Sergio De Loof
Buenos Aires (Argentina), 1962 – 2020
Registrazioni audiovisive di sfilate di moda:
Latina Winter by Cottolengo Fashion, 1989
Pieles maravillosas [Pelli meravigliose], 1990
I love you Beiby!, 1993
Haute Trash, 1993
Trash Future, 1997
Black Trash, 1997
La naturaleza humana [La natura umana], 2004
Guau!, 2001
30 min, 25 s
Per gentile concessione della Fundación IDA (Investigación en Diseño Argentino) – Fondo Sergio De Loof
Sergio De Loof è stato una figura determinante nel panorama culturale dell’Argentina del dopodittatura. Artista degli artisti per eccellenza, è stato un personaggio la cui vita e opera sono rimaste in uno stato di sfida permanente. Eccentrico e carismatico, era essenzialmente controculturale, qualcuno che la cultura ufficiale non è mai riuscita a domare né ad assorbire. De Loof ha progettato gli spazi più sacri dell’underground. Con la fondazione di leggendari locali notturni come Bolivia (1989), El Dorado (1990) e Ave Porco (1994), ha trasformato la vita notturna di Buenos Aires in una dichiarazione politica, dove l’edonismo era una trincea di resistenza. La pratica di De Loof, intrinsecamente multidisciplinare, intrecciava moda, performance, fotografia e poesia per smantellare le gerarchie convenzionali di gusto e classe, così come l’orientamento sessuale e le identità di genere dell’epoca. Fu pioniere di un’estetica trash, attraverso un approccio visionario che trasmutava rifiuti e materiali riciclati in capolavori di alta moda. Le sue sfilate performative funzionavano come rivolte teatrali, in cui rivendicava il corpo e il desiderio come territori per una sperimentazione senza filtri. Ha rivalutato ciò che era stato scartato e dimenticato, ha politicizzato radicalmente la gioia e ha dimostrato che, di fronte alle restrizioni normative, la celebrazione è il più grande atto di ribellione.
16. Archivo de la Memoria Trans
Buenos Aires (Argentina), 2014
Da sinistra a destra, dall’alto verso il basso:
Fondo documentario Mari Popi, s.d.
Julieta Gonzalez –La Trachyn, ca. 1970
Due opere del Fondo documentario Claudia Pía Baudracco, 1983
Archivio Nazionale Biblioteca Mariano Moreno – Karina Urbina davanti al Palazzo di Giustizia, 1991
Marcela, prima marcia dei travestiti alla Casa Rosada 1986, 1991
Fondo documentario Alessandra Bavino, ca. 1980
Fondo documentario Sandra Castillo, ca. 1980
Due opere del Fondo documentario Claudia Pia Baudracco, ca. 1990
Fondo documentario Betty Herrera, ca. 1998
Fondo documentario Carla Pericles, ca. 1990
Stampe digitali su carta fine art
Copie da esposizione
Per gentile concessione dell’Archivo de la Memoria Trans
La storia della comunità trans-travestita argentina — segnata dall’emarginazione sistematica, dalla violenza di Stato e dall’esclusione sociale — è diventata uno dei fulcri del lavoro di memoria comunitaria portato avanti dall’Archivo de la Memoria Trans (AMT). Fondato nel 2012 da María Belén Correa, a partire da un sogno che aveva accarezzato a lungo insieme alla sua compagna attivista trans Claudia Pía Baudracco, l’AMT ha avuto inizio con fotografie personali che documentavano vite segnate dall’affetto, dalla solidarietà e dalla sopravvivenza, specialmente negli anni ’80 e ’90, quando i decreti di polizia venivano utilizzati sistematicamente per perseguitare e controllare la presenza di queste comunità nello spazio pubblico. Nel 2014, insieme all’artista Cecilia Estalles, è stato avviato un processo formale di raccolta e conservazione per salvaguardare l’Archivio. Raccolte anche dopo la dittatura, queste immagini mettono in discussione la nozione storica di un inequivocabile ritorno alla democrazia. Ci sono voluti due decenni di organizzazione politica perché nel 2012 venisse approvata la Legge sull’Identità di Genere, che ha permesso il riconoscimento istituzionale delle persone trans come cittadini legittimi in base alla propria percezione di genere. Oscurità visibile include una selezione di fotografie dell’AMT a partire dagli anni ’70. Tra queste, Baudracco posa davanti a luoghi emblematici di Buenos Aires, come il Teatro Colón e il Congresso Nazionale, trasformando l’immagine di certe esperienze e simboli del terrore — come quella della Ford Falcon associata ai rapimenti clandestini della dittatura — in presenze che sfidano l’autorità. Attraverso un minuzioso lavoro di raccolta, conservazione, catalogazione ed esposizione di oltre 30.000 fotografie e documenti, l’Archivio della Memoria Trans si ribella al tentativo di cancellare le identità, la memoria e la storia della comunità trans-travestita in Argentina, trasformando registrazioni di una bellezza intima, manifestazioni pubbliche nascenti, spazi festosi come i carnevali e fotografie scattate in esilio in dispositivi affettivi che permettono di mettere in discussione le narrazioni ufficiali.
19. Archivo de la Memoria Trans
Album, ca. 1960-2000
2 album con una selezione di fotografie appartenenti all’AMT
Copie da esposizione
Per gentile concessione dell’ Archivo de la Memoria Trans
Realizzati dall’Archivo de la Memoria Trans (Argentina), questi album approfondiscono la selezione tematica presentata nella mostra. Tratte dalla serie “Carnaval”, le fotografie riflettono una rottura temporanea rispetto alle norme che regolano i corpi, il genere e il comportamento, consentendo forme di visibilità e presenza collettiva che altrimenti sarebbero limitate. Qui, la performance, l’abbigliamento nonchè lo spirito festivo promuovono il riconoscimento, la solidarietà e l’espressione pubblica di identità che spesso erano vittime di repressione. Con fotografie che spaziano un periodo compreso tra gli anni ’60 e gli anni ’90, le storie che l’Archivo porta alla luce mettono in discussione la nozione di una netta linea di demarcazione tra dittatura e democrazia, evidenziando la persistenza della violenza di Stato contro i corpi trans in condizioni di vita apparentemente democratiche, prima e dopo l’ultima dittatura militare (1976-1983).
Fondato nel 2012 da María Belén Correa, con l´obiettivo di realizzare il sogno da lei a lungo coltivato con la sua compagna attivista trans Claudia Pía Baudracco, l’Archivo ha dato i primi passi con fotografie personali che documentavano vite segnate dall’affetto, dalla solidarietà e dallo spirito di sopravvivenza, in particolare durante gli anni ’80 e ’90, epoca in cui venivano sistematicamente emanati decreti di polizia per perseguitare e controllare la presenza di queste comunità in ambiti pubblici. Nel 2014, insieme all’artista visiva Cecilia Estalles è stato avviato un processo formale di raccolta e conservazione per salvaguardare l’Archivo.
Per sostenere l’ Archivo de la Memoria Trans: https://archivotrans.ar/index.php/madrinazgo
17. Liliana Maresca
Avellaneda (Argentina), 1951 – 1994
Marcos López
Santa Fe (Argentina), 1958 – vive a Buenos Aires (Argentina)
Tre opere Sin título [Senza titolo], della serie “Liliana Maresca con su obra” [“Liliana Maresca con la sua opera”], 1983
Fotografie di Marcos López
Stampe digitali su carta fine art
Copie da esposizione
Per gentile concessione dell’Eredità di Liliana Maresca, Marcos López e della galleria Rolf Art
Liliana Maresca, artista, interprete e promotrice di circuiti sociali alternativi all’incrocio tra diversi ambiti artistici di Buenos Aires, ha introdotto un atteggiamento di desacralizzazione nella scena underground della città dopo la dittatura militare in Argentina, negli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, fino alla sua prematura scomparsa per complicazioni legate all’HIV-AIDS nel 1994. La sua opera, profondamente politica, ha assunto la forma di proclami intimi ed esistenzialisti attraverso i quali l’artista sfidava le convenzioni sociali di un’epoca conservatrice e invitava a riflettere sull’etica, l’equità e l’importanza dello spirituale nell’arte. Gli oggetti scultorei presenti nelle sue fotoperformances costringono letteralmente il suo corpo, attaccandolo, perforandolo, rendendogli difficile la respirazione e il movimento. Maresca percorreva la città alla ricerca di materiali di scarto con cui costruire queste sculture. Poi le provava sul proprio corpo in sessioni fotografiche con Marcos López. L’opera che ne risulta offre una chiave per comprendere il periodo post-dittatoriale dell’Argentina: sensuale, quasi libertina e, allo stesso tempo, segnata dalla frattura e dal dolore.
18. Flavia Da Rin
Buenos Aires (Argentina), 1978 – dove vive
Quattro opere Sin título [Senza titolo], della serie “Rapada” [“Rasata”], 2009
Stampe digitali su carta fine art
Copie da esposizione
Per gentile concessione dell’artista e di Tomás Redrado Art
Per Flavia Da Rin, l’arte significa occupare la scena. La sua vita è dedicata alla creazione di immagini che esprimono pienamente ciò che significa immaginare: osservare criticamente il mondo e le dinamiche in cui operiamo, cercare alternative, compresa la fantasia, partendo dalla verità più intima di sé stessi. Per farlo, cammina su una linea molto sottile: lei stessa, come soggetto iniziale di ogni montaggio delle sue fotografie, si nasconde rapidamente sotto le sembianze dei propri personaggi di finzione. Da Rin è, quindi, la sceneggiatrice, la creatrice dei personaggi, l’artefice delle immagini, la disegnatrice e la produttrice degli oggetti di scena, dei costumi e delle scenografie, la truccatrice, la fotografa, la produttrice digitale della post-produzione, processo che sviluppa nello studio che ha nella sua stessa casa, nel centro della città di Buenos Aires. In Rapada [Rasata] (2009), l’artista trasformata in personaggio appare con la testa rasata. Mantiene lo spettatore a distanza, come un voyeur delle immagini che lei stessa produce. Questa è una delle serie che Da Rin ha creato per la necessità di opporsi alle pressioni commerciali del mondo dell’arte. Ispirata alla radicale “rasatura” di Britney Spears del 2007, questa serie opera almeno su quattro livelli: il rifiuto di normalizzare l’immagine stereotipata della donna propria della femminilità commerciale dei mass media nell’era digitale, una profonda empatia verso le donne che sopportano pressioni e crisi estreme, il rifiuto di produrre ciecamente per il mercato dell’arte e l’uso del rumore — quella sfocatura digitale che allude alla circolazione e all’oppressione dei mass media — come linguaggio scelto per dare vita alla sua tematica. In questa mostra, queste immagini costituiscono un appello al rispetto della privacy e dell’integrità. Sono anche una manifestazione di libertà contro gli stereotipi femminili sostenuti dalla cultura ufficiale e conservatrice, i cui valori furono imposti con la violenza durante la dittatura militare.
20. I libri del Museo Moderno
Questa selezione di libri presenta le opere degli artisti compresi nella mostra Darkness Visible: The Long Shadow of Dictatorship [Oscurità visibile: La lunga ombra della dittatura]. Realizzati nell’ultimo decennio dal Museo Moderno, offrono una panoramica del nostro programma editoriale, che documenta e promuove il lavoro degli artisti argentini e stranieri che espongono nelle nostre sale. I libri consentono al Museo di superare i confini spaziali e temporali delle sue mostre. Libri che esibiti negli scaffali dei lettori ed in biblioteche, riescono ad estendere le idee delle mostre, a moltiplicarne le loro voci e a diffondere queste conversazioni nel tempo in nuovi contesti e tra nuovi lettori. Ogni pubblicazione offre una via d’accesso al pensiero di ogni artista, consentendo di tracciare connessioni tra strategie estetiche e questioni culturali e politiche sempre più ampie. Questa maggiore diffusione mette in evidenza che l’educazione, in tutte le sue forme, è fondamentale per il Museo Moderno. Rendere sempre più disponibile l’accesso alle pubblicazioni nonchè promuovere la cultura della lettura e dello studio sull’arte argentina sono missioni fondamentali per quest’ istituzione pubblica. È proprio per questo motivo che tutti i suoi libri sono disponibili gratuitamente in formato digitale sul suo sito web.
Il nostro team editoriale:
Gabriela Comte, Direttrice editoriale
Soledad Sobrino, Coordinatrice editoriale
Martín Lojo, Alejandro Palermo, Editori
Julia Benseñor, Revisore di bozze e traduttrice dallo spagnolo
Inés Gugliotella, Revisore di bozze
Ian Barnett, Leslie Robertson, Traduttori dall’inglese
Pablo Alarcón, Matías Schilman, Grafici
Guillermo Miguens, Colorimetria e produzione grafica
Guido Chantiri, Addetto commerciale e amministrativo